Rappresentazione astratta di una rete digitale che simboleggia la sicurezza della supply chain e la protezione dei fornitori connessi ai sistemi aziendali

Sicurezza della Supply Chain Digitale

Quando si parla di cybersicurezza, molti imprenditori pensano ai propri server, ai PC aziendali o al gestionale ERP. Ma c’è un altro punto critico spesso sottovalutato: la supply chain digitale, cioè l’insieme di fornitori, consulenti, software e partner che accedono ai nostri dati o sistemi.

Oggi le aziende sono sempre più interconnesse. Il commercialista utilizza il gestionale in cloud, il fornitore logistico si collega al sistema ordini, il consulente IT ha accesso remoto ai server. Ogni collegamento rappresenta un’opportunità di business, ma anche un possibile punto di ingresso per un attacco informatico.

Secondo l’ENISA, l’Agenzia dell’Unione Europea per la cybersicurezza, gli attacchi alla supply chain sono in forte crescita e colpiscono indirettamente interi ecosistemi aziendali. Questo significa che un attacco a un piccolo fornitore può propagarsi fino a clienti molto più grandi.

In altre parole: non basta proteggere la propria azienda. Occorre chiedersi quanto siano protetti anche i propri partner.

Perché gli attacchi ai fornitori si moltiplicano

Gli hacker puntano sempre più spesso ai fornitori per un motivo semplice: sono l’anello debole della catena.

Se un cybercriminale vuole colpire un’azienda strutturata, con firewall, backup e procedure di sicurezza, potrebbe trovare più semplice attaccare un piccolo fornitore con minori difese. Una volta compromesso quest’ultimo, può sfruttare le connessioni già autorizzate per entrare nei sistemi del cliente.

È un po’ come entrare in un edificio passando dalla porta del corriere invece che dall’ingresso principale.

Per le PMI italiane, questo scenario è particolarmente delicato. Molte collaborano con diversi partner tecnologici senza avere piena visibilità sui loro standard di sicurezza informatica.

Le principali sfide: visibilità e controllo

La prima grande difficoltà è la mancanza di visibilità.

Spesso non sappiamo:

  • Quali dati condividiamo con ciascun fornitore;

  • Quali accessi tecnici sono attivi;

  • Se i subfornitori del nostro partner hanno a loro volta accesso alle informazioni.

La seconda sfida è il controllo continuo. Anche se un fornitore era sicuro al momento della firma del contratto, la sua situazione può cambiare nel tempo: aggiornamenti non eseguiti, personale non formato, nuove vulnerabilità.

La sicurezza della supply chain non è un’attività una tantum, ma un processo costante di valutazione e monitoraggio.

Come valutare il rischio cyber dei fornitori?

Questa è una delle domande più frequenti: “Come faccio a capire se un mio fornitore è sicuro?”

Per una PMI, la valutazione può partire da alcuni elementi concreti:

  1. Questionari di sicurezza: chiedere informazioni su backup, antivirus, gestione delle password, autenticazione a più fattori.

  2. Certificazioni e standard: verificare se il fornitore adotta framework riconosciuti (come ISO 27001 o NIST).

  3. Gestione degli accessi: controllare che siano concessi solo i permessi strettamente necessari.

  4. Clausole contrattuali: inserire obblighi specifici di sicurezza e notifica in caso di incidente.

  5. Valutazione del livello di esposizione: più un fornitore ha accesso a dati critici o sistemi centrali, maggiore deve essere il livello di controllo.

Non si tratta di trasformarsi in esperti tecnici, ma di adottare un approccio strutturato. La sicurezza informatica è anche una questione di governance e organizzazione.

Esistono metriche standard di “cyber hygiene”?

Un’altra domanda chiave è: “Esistono indicatori condivisi per misurare la sicurezza di un fornitore?”

Il concetto di cyber hygiene (igiene informatica) si riferisce alle buone pratiche di base che ogni organizzazione dovrebbe adottare. Tra le metriche più comuni troviamo:

  • Percentuale di sistemi aggiornati;

  • Presenza di autenticazione a più fattori (MFA);

  • Frequenza dei backup e test di ripristino;

  • Tempo medio di applicazione delle patch di sicurezza;

  • Presenza di formazione periodica per il personale.

Non esiste un unico indicatore universale, ma esistono framework e linee guida internazionali che aiutano a creare criteri oggettivi e comparabili. L’importante è non affidarsi a dichiarazioni generiche (“Siamo sicuri”) ma a elementi verificabili.

Per una PMI, anche adottare un semplice punteggio interno per classificare i fornitori (basso, medio, alto rischio) può essere un primo passo concreto verso una maggiore protezione dei dati.

La sicurezza della supply chain è una responsabilità strategica

La protezione della supply chain digitale non è solo una questione tecnica: è una scelta strategica.

In un contesto normativo sempre più attento alla resilienza informatica e alla protezione dei dati, dimostrare di aver valutato e gestito il rischio dei fornitori può fare la differenza anche sotto il profilo legale e reputazionale.

Per le piccole e medie imprese italiane, significa passare da un approccio reattivo (“interveniamo quando succede qualcosa”) a uno preventivo (“analizziamo i rischi prima che diventino incidenti”).

CYBERTO: proteggere l’intero ecosistema aziendale

In CYBERTO S.R.L. affianchiamo le PMI italiane nella gestione della cybersicurezza a 360 gradi, inclusa la valutazione del rischio legato a fornitori, partner e terze parti.

Analizziamo i livelli di esposizione, definiamo criteri di cyber hygiene misurabili e supportiamo l’azienda nell’implementazione di controlli efficaci e sostenibili nel tempo. La sicurezza non riguarda solo i sistemi interni, ma l’intero ecosistema digitale in cui l’impresa opera.

Vuoi capire quanto è sicura la tua supply chain digitale?

Contattaci per una consulenza gratuita e personalizzata.

Trend della cybersicurezza nel 2026 per le piccole e medie imprese italiane, con riferimento a sicurezza informatica e protezione dei dati

Cybersicurezza 2026: 7 trend che contano per le PMI

Nel 2026 la cybersicurezza diventa una “competenza di gestione”, non solo un tema tecnico. Le minacce sono più veloci, più credibili (grazie all’IA) e spesso passano da fornitori e servizi digitali usati ogni giorno. Per una PMI, la domanda non è “se”, ma “quando” dovrà gestire un tentativo di frode, un blocco operativo o una richiesta di riscatto.

L’IA cambia il gioco

L’intelligenza artificiale rende più semplici attività prima lente: scrivere email truffa personalizzate, imitare un tono di voce, preparare documenti falsi o scegliere il momento migliore per colpire. È come passare dal ladro “artigiano” a una linea di montaggio.
Cosa cambia: vanno alzati i controlli sulle identità (chi accede a cosa) e le procedure di verifica quando arrivano richieste urgenti di pagamenti, cambi IBAN, dati o credenziali.

Deepfake e social engineering: la truffa diventa credibile

Crescono le truffe multicanale: messaggio WhatsApp + telefonata + email, con contenuti coerenti e convincenti. Spesso il trucco è la fretta.
Regola d’oro: ogni richiesta “sensibile” si verifica con un canale indipendente (es. chiamata a un numero già in rubrica, non a quello ricevuto).

Ransomware ed estorsioni: l’obiettivo è fermare l’operatività

Il ransomware oggi punta a bloccare l’azienda e fare pressione con minacce di pubblicazione dei dati. Per una PMI il danno principale è il fermo: ordini, fatture, consegne, assistenza clienti.
Priorità pratica: backup isolati e testati, continuità operativa e un piano di risposta con decisioni e tempi chiari.

Supply chain: il rischio arriva dai fornitori digitali

Molte violazioni partono da un “anello debole” esterno: software, consulenti, servizi cloud, provider di posta, gestione paghe. È come chiudere bene la porta di casa ma lasciare aperto il portone del condominio.
Azioni concrete: requisiti minimi ai fornitori (MFA, aggiornamenti, tracciamento accessi, tempi di notifica), e mappa di chi può toccare dati e sistemi critici.

Vulnerabilità “edge” e cloud: serve governare

Con apparati esposti (firewall, VPN, accessi remoti, cloud) una singola vulnerabilità può diventare una “corsia preferenziale”. Nel 2026 la differenza la fa sapere cosa si ha (inventario), applicare gli aggiornamenti con priorità e ridurre l’esposizione al minimo necessario.
Esempio: non serve avere dieci chiavi in giro; serve sapere chi le ha e quando vanno ritirate.

Identità e accessi: il nuovo perimetro

Se il lavoro è ibrido e i servizi sono online, il perimetro non è più l’ufficio: è l’identità digitale. Password riutilizzate, account condivisi e permessi “troppo larghi” restano tra i punti più sfruttati.
Buone pratiche 2026: MFA ovunque possibile, gestione password, minimo privilegio, revisione periodica degli accessi, attenzione agli account “dimenticati”.

Compliance e responsabilità: sicurezza “da direzione”

Normative come la NIS2 e le richieste di clienti e filiere spingono verso una gestione strutturata del rischio. Anche quando una PMI non rientra direttamente nel perimetro, può essere coinvolta come fornitore e dover dimostrare controlli minimi.

CYBERTO: un percorso pratico per le PMI

CYBERTO S.R.L. affianca le PMI italiane con servizi di assessment, messa in sicurezza, formazione anti-phishing, gestione delle identità, continuità operativa e supporto nella risposta agli incidenti.

Se vuoi capire da dove iniziare (o verificare se le misure attuali sono davvero sufficienti), contattaci per una consulenza personalizzata.

Cybersecurity per le PMI: protezione di reti, dati e sistemi industriali agevolata dall’Iper Ammortamento 2026

Iper Ammortamento 2026 e cybersecurity: cosa possono fare le PMI

Negli ultimi anni le imprese italiane hanno capito una cosa molto chiara: la digitalizzazione porta valore, ma espone anche a nuovi rischi. Per questo la Finanziaria 2026 ha reintrodotto il cosiddetto Iper Ammortamento, uno strumento pensato per favorire investimenti tecnologici evoluti, inclusi quelli legati alla cybersicurezza.

Ma cosa significa davvero per una piccola o media impresa? E soprattutto: quali attività tecniche e software rientrano nell’agevolazione?

Cos’è l’Iper Ammortamento 2026, in parole semplici

L’Iper Ammortamento consente alle imprese di aumentare fiscalmente il valore degli investimenti in beni tecnologicamente avanzati, ottenendo un risparmio sulle imposte. È rivolto a tutte le aziende con strutture produttive in Italia e riguarda beni materiali e immateriali interconnessi ai sistemi aziendali.

In pratica, se un’azienda investe in infrastrutture digitali strategiche, come quelle per la sicurezza informatica, può dedurre un importo maggiore rispetto al costo reale sostenuto.

Perché la cybersecurity è centrale nella normativa

Un’azienda moderna assomiglia sempre più a una casa connessa: macchine, software, sensori e reti dialogano tra loro. Se una porta resta aperta, il rischio non è solo teorico. La normativa riconosce che proteggere reti, dati e sistemi industriali è un requisito essenziale, non un optional.

Proprio per questo, l’Iper Ammortamento 2026 include esplicitamente diverse tecnologie e soluzioni di sicurezza informatica e cyber industriale, sia hardware che software.

Sicurezza delle reti industriali e ambienti OT

Tra gli investimenti agevolabili rientrano le appliance e i sistemi hardware per la cybersecurity industriale. Si tratta di soluzioni che proteggono gli impianti produttivi, spesso collegati a internet o a reti interne, da accessi non autorizzati e attacchi informatici.

Parliamo, ad esempio, di firewall industriali, sistemi di rilevamento delle intrusioni e strumenti per la segmentazione delle reti. È un po’ come separare gli ambienti di una fabbrica con porte e controlli dedicati, evitando che un problema in un’area si propaghi ovunque.

Software di cybersecurity e monitoraggio continuo

La normativa include anche software, piattaforme e applicazioni per la protezione di dati, programmi e macchine. Non solo antivirus, ma soluzioni evolute che permettono di:

  • monitorare costantemente cosa accade nei sistemi

  • individuare comportamenti anomali

  • reagire automaticamente agli incidenti

  • gestire in sicurezza i dispositivi connessi

Per un imprenditore, significa avere un “cruscotto” che segnala i problemi prima che diventino fermi produttivi o danni economici.

Backup, disaster recovery e continuità operativa

Un altro pilastro dell’Iper Ammortamento 2026 riguarda le infrastrutture per il backup e la continuità operativa. Anche la migliore sicurezza non elimina il rischio zero: per questo è fondamentale poter ripartire rapidamente.

Sono agevolabili le soluzioni che permettono la replica dei dati, il ripristino automatico dei sistemi e la disponibilità continua delle applicazioni critiche. In termini pratici, è come avere una copia aggiornata delle chiavi di casa sempre pronta, anche se l’originale viene persa.

Protezione degli endpoint industriali

La normativa considera anche i sistemi hardware per la protezione degli endpoint industriali, ovvero le singole macchine e dispositivi che dialogano tra loro. Qui rientrano soluzioni per il controllo degli accessi, la cifratura delle comunicazioni e la gestione delle identità tra macchine.

È un aspetto spesso invisibile, ma cruciale: ogni dispositivo deve “sapere” con chi sta parlando e fidarsi solo di chi è autorizzato.

Una leva strategica per le PMI

L’Iper Ammortamento 2026 non è solo una misura fiscale: è un invito alle imprese a investire in sicurezza, resilienza e affidabilità. Chi produce, gestisce dati o utilizza impianti interconnessi non può più permettersi improvvisazione.

Per un approfondimento ufficiale sul quadro normativo e sugli incentivi, è possibile consultare il sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

CYBERTO S.R.L. affianca le PMI italiane nella progettazione, realizzazione e gestione di soluzioni di cybersecurity coerenti con l’Iper Ammortamento 2026. Dall’analisi iniziale fino all’implementazione di infrastrutture hardware, software e sistemi di continuità operativa, supportiamo le aziende nel trasformare un obbligo normativo in un vantaggio concreto.

Se vuoi capire come strutturare un investimento in sicurezza informatica realmente agevolabile e sostenibile nel tempo, puoi contattarci direttamente.

 

Gestione delle identità e degli accessi per la sicurezza informatica aziendale

Identity & Access Management: guida per PMI italiane

In molte PMI l’accesso ai sistemi cresce “a strati”: una password per la posta, un’altra per il gestionale, un account condiviso per il magazzino, permessi dati “per comodità”. Finché tutto fila liscio sembra funzionare. Il problema è che, quando arriva una mail di phishing, quando un dipendente cambia ruolo o quando un fornitore esterno termina il lavoro, quel mosaico di credenziali e autorizzazioni diventa il punto debole più facile da sfruttare.

Qui entra in gioco l’Identity & Access Management (IAM), cioè l’insieme di processi e strumenti con cui un’azienda decide chi può accedere, a cosa, quando e con quali regole. In pratica: l’IAM è la “portineria” digitale dell’impresa, con registri, badge e procedure chiare.

Cos’è l’IAM (in parole semplici)?

L’IAM non è un singolo prodotto: è un metodo di gestione degli accessi che unisce tre componenti:

  • Identità: l’account di una persona (o di un servizio) e le informazioni necessarie a riconoscerla.

  • Autenticazione: la prova che chi sta entrando è davvero quella persona (password, app di autenticazione, token, impronta, ecc.).

  • Autorizzazione: i permessi, cioè cosa può fare una volta dentro (leggere, modificare, approvare, amministrare).

Se vuoi una definizione “da standard”, le linee guida NIST sulle identità digitali spiegano come impostare in modo robusto proofing, autenticazione e federazione.

Perché l’IAM è centrale per una PMI

Una PMI ha due esigenze che sembrano opposte: lavorare velocemente e ridurre i rischi. L’IAM serve proprio a conciliare queste due cose, perché:

  • riduce la probabilità che un accesso rubato diventi un incidente (account compromessi, furti di dati, blocchi operativi);

  • limita gli errori “umani” (permessi assegnati male, account lasciati attivi, condivisione di password);

  • rende più semplice dimostrare “chi ha fatto cosa” grazie a tracciabilità e registri di accesso;

  • aiuta a proteggere dati personali e informazioni riservate con regole coerenti.

Domande tipiche: “Da dove si comincia?”

1) Quali account esistono davvero?

Il primo passo è un inventario realistico: utenti interni, account amministrativi, account di servizio, accessi di consulenti/fornitori. Spesso si scoprono utenze “dimenticate” o condivise.

2) Quali sistemi sono più critici?

Non tutti gli accessi pesano allo stesso modo. Posta elettronica, file condivisi, ERP/gestionali, strumenti di amministrazione IT e banking richiedono priorità più alta perché concentrano dati e potere operativo.

3) Qual è la regola d’oro dei permessi?

È il principio del minimo privilegio: ognuno deve avere i permessi necessari a lavorare, non “tutti i permessi per evitare chiamate”. È come dare le chiavi: non serve consegnare l’intero mazzo a chi deve aprire una sola porta.

I pilastri pratici di un buon IAM

Autenticazione forte (MFA) dove conta

Le password da sole non bastano. L’autenticazione a più fattori (MFA) aggiunge un “secondo lucchetto”: anche se una password viene rubata, l’attaccante resta fuori. In una PMI, l’impatto è enorme soprattutto su email, VPN, console di amministrazione e strumenti cloud.

Single Sign-On (SSO) per semplificare senza indebolire

Con l’SSO l’utente accede una sola volta e poi usa i servizi autorizzati senza moltiplicare le password. È un vantaggio di produttività, ma anche di sicurezza: meno password in giro significa meno riutilizzi, meno post-it e meno reset.

Gestione del ciclo di vita: ingresso, cambi ruolo, uscita

Molti incidenti iniziano da un account rimasto attivo dopo un cambio di mansione o dopo l’uscita di una persona. Un IAM maturo prevede procedure chiare:

  • creazione account e permessi “per ruolo”;

  • revisione periodica dei permessi;

  • disattivazione tempestiva (e verificata) quando non serve più.

Accessi privilegiati sotto controllo

Gli account “admin” sono come l’accesso alla cassaforte. Devono essere pochi, nominativi, protetti da MFA forte, con log e – quando possibile – separati dall’account usato ogni giorno. Così si riduce il rischio che un clic sbagliato apra la porta a un attacco.

Tracciabilità e alert: sapere subito quando qualcosa non torna

Un IAM efficace non è solo “bloccare”: è anche vedere. Accessi da luoghi insoliti, tentativi ripetuti, escalation di permessi: sono segnali che vanno intercettati presto, prima che diventino un fermo operativo.

Che benefici puoi aspettarti (in concreto)?

Per un imprenditore, l’IAM si traduce in risultati misurabili:

  • meno interruzioni e meno emergenze dovute a accessi non gestiti;

  • maggiore continuità operativa quando cambiano persone e fornitori;

  • riduzione dell’esposizione a phishing e furti di credenziali;

  • governance più ordinata su dati, applicazioni e responsabilità.

In CYBERTO supportiamo le PMI italiane nel progettare e mettere in pratica un percorso IAM sostenibile: dall’analisi degli accessi e dei ruoli, alla definizione di policy (MFA, permessi, onboarding/offboarding), fino al monitoraggio e al miglioramento continuo. Se vuoi capire da dove partire e quali passi hanno più impatto nella tua realtà, contattaci senza impegno.

Illustrazione concettuale sulla sicurezza informatica e sul Cyber Resilience Act per le piccole e medie imprese

Cyber Resilience Act: cosa cambia per le PMI italiane

Negli ultimi anni la sicurezza informatica è diventata una priorità strategica per le imprese, anche per quelle di piccole e medie dimensioni. Attacchi ransomware, violazioni dei dati e sistemi digitali vulnerabili non sono più eventi eccezionali. In questo contesto si inserisce il Cyber Resilience Act (CRA), una nuova normativa europea pensata per aumentare il livello di cybersicurezza dei prodotti digitali immessi sul mercato.

Ma cos’è esattamente il Cyber Resilience Act? E cosa comporta, in concreto, per le PMI italiane?

Cos’è il Cyber Resilience Act

Il Cyber Resilience Act è un regolamento dell’Unione Europea che stabilisce requisiti obbligatori di sicurezza informatica per i prodotti con componenti digitali. Parliamo non solo di software, ma anche di dispositivi hardware connessi a Internet, come sistemi IoT, applicazioni, piattaforme digitali e strumenti utilizzati quotidianamente nelle aziende.

L’obiettivo principale del CRA è semplice: ridurre le vulnerabilità informatiche lungo tutto il ciclo di vita dei prodotti digitali, dalla progettazione fino alla dismissione. In altre parole, la sicurezza non deve più essere un’aggiunta successiva, ma un elemento “di base”, come le cinture di sicurezza nelle automobili.

Il regolamento nasce dalla constatazione che molti incidenti informatici derivano da prodotti immessi sul mercato senza adeguate misure di protezione, aggiornamenti o gestione delle falle di sicurezza. Secondo l’analisi europea, questo espone imprese e cittadini a rischi sempre più elevati.

Cosa cambia per le aziende (e per le PMI)

Una delle domande più frequenti è: il Cyber Resilience Act riguarda anche le piccole e medie imprese? La risposta è sì, anche se con impatti diversi a seconda del ruolo dell’azienda.

Il CRA si applica principalmente a chi sviluppa, produce, distribuisce o commercializza prodotti digitali. Tuttavia, anche le PMI che utilizzano questi strumenti ne saranno coinvolte indirettamente.

Per le aziende che realizzano o vendono software e soluzioni digitali, il regolamento introduce nuovi obblighi, tra cui:

  • progettare prodotti con requisiti minimi di sicurezza informatica;

  • gestire in modo strutturato le vulnerabilità;

  • garantire aggiornamenti di sicurezza;

  • fornire informazioni chiare agli utenti sui rischi e sull’uso sicuro.

Per le PMI che acquistano e utilizzano prodotti digitali, il cambiamento è altrettanto rilevante. Il Cyber Resilience Act punta a rendere il mercato più sicuro, offrendo strumenti più affidabili e riducendo il rischio di incidenti. È un po’ come acquistare un elettrodomestico con certificazioni di sicurezza: non elimina ogni rischio, ma riduce notevolmente la probabilità di problemi gravi.

In prospettiva, questo significa anche una maggiore responsabilità per le imprese nella scelta dei fornitori digitali e una crescente attenzione alla protezione dei dati e alla continuità operativa.

Tempi di applicazione del Cyber Resilience Act

Un altro aspetto cruciale riguarda quando il Cyber Resilience Act diventerà operativo.

Il regolamento è stato approvato a livello europeo e prevede un periodo di transizione per consentire alle aziende di adeguarsi. In linea generale:

  • l’entrata in vigore formale avviene poco dopo la pubblicazione ufficiale;

  • gli obblighi principali diventano applicabili dopo un periodo di adeguamento di circa 24 mesi;

  • alcuni obblighi specifici, come la gestione delle vulnerabilità e la segnalazione degli incidenti, potrebbero diventare operativi prima.

Questo lasso di tempo non va interpretato come un rinvio, ma come un’opportunità. Le imprese che iniziano per tempo a valutare i propri prodotti, processi e fornitori saranno avvantaggiate, evitando corse dell’ultimo minuto e possibili sanzioni.

Perché il Cyber Resilience Act è un’opportunità

Anche se può sembrare l’ennesimo adempimento normativo, il Cyber Resilience Act rappresenta un cambio di mentalità. La cybersicurezza diventa un fattore di qualità, fiducia e competitività. Per le PMI italiane, spesso bersaglio di attacchi proprio per la minore protezione, questo può tradursi in una maggiore resilienza digitale e in una riduzione dei rischi operativi.

Tempi di applicazione del Cyber Resilience Act

Un altro aspetto cruciale riguarda quando il Cyber Resilience Act diventerà operativo.

Il regolamento è stato approvato a livello europeo e prevede un periodo di transizione per consentire alle aziende di adeguarsi. In linea generale:

  • l’entrata in vigore formale avviene poco dopo la pubblicazione ufficiale;

  • gli obblighi principali diventano applicabili dopo un periodo di adeguamento di circa 24 mesi;

  • alcuni obblighi specifici, come la gestione delle vulnerabilità e la segnalazione degli incidenti, potrebbero diventare operativi prima.

Questo lasso di tempo non va interpretato come un rinvio, ma come un’opportunità. Le imprese che iniziano per tempo a valutare i propri prodotti, processi e fornitori saranno avvantaggiate, evitando corse dell’ultimo minuto e possibili sanzioni.

Perché il Cyber Resilience Act è un’opportunità

Anche se può sembrare l’ennesimo adempimento normativo, il Cyber Resilience Act rappresenta un cambio di mentalità. La cybersicurezza diventa un fattore di qualità, fiducia e competitività. Per le PMI italiane, spesso bersaglio di attacchi proprio per la minore protezione, questo può tradursi in una maggiore resilienza digitale e in una riduzione dei rischi operativi.

CYBERTO: al fianco delle PMI nella sicurezza informatica

In uno scenario normativo in continua evoluzione, CYBERTO supporta le piccole e medie imprese italiane nel comprendere e affrontare le nuove sfide della cybersicurezza. Aiutiamo le aziende a valutare i rischi, rafforzare la protezione dei sistemi informativi e prepararsi agli obblighi normativi europei, come il Cyber Resilience Act, con un approccio chiaro e orientato al business.

Se vuoi capire come preparare la tua azienda e proteggere davvero il tuo patrimonio digitale, contattaci.

Illustrazione sul ransomware as a Service e sui nuovi modelli di estorsione che colpiscono le PMI italiane

Ransomware-as-a-Service: nuove estorsioni alle PMI

Il ransomware non è un problema “da grandi aziende”: è oggi una delle principali cause di danni economici per le piccole e medie imprese italiane. Una mail aperta di fretta o una password riutilizzata possono bastare per ritrovarsi con server bloccati e dati in ostaggio.

Negli ultimi anni il fenomeno è esploso grazie al modello Ransomware-as-a-Service (RaaS), che ha trasformato il cybercrime in un vero business organizzato. I rapporti europei, come l’ENISA Threat Landscape 2025 dell’Agenzia europea per la cybersicurezza, confermano che il ransomware resta tra le minacce principali per le organizzazioni.

Che cos’è il Ransomware-as-a-Service?

Una domanda frequente è: “Che cos’è il Ransomware-as-a-Service?”. Possiamo vederlo come un modello “in abbonamento” del crimine informatico. Gli sviluppatori del malware creano la piattaforma e la mettono a disposizione di affiliati nel dark web, che pagano per usarla e dividono gli incassi delle estorsioni.

È simile a un franchising: chi gestisce la piattaforma fornisce strumenti, manuali e persino “assistenza clienti” ai criminali meno esperti. Il risultato è che non serve più essere un super hacker per lanciare un attacco contro una PMI: basta seguire le “istruzioni” del servizio RaaS e scegliere il bersaglio.

Quali sono i nuovi modelli di business dei gruppi ransomware?

Le gang ransomware non si limitano più a cifrare i dati e chiedere un riscatto. Per aumentare la pressione sulle vittime hanno sviluppato nuovi modelli di business, sempre più aggressivi:

  • Double extortion: prima i dati vengono rubati, poi cifrati. Se l’azienda non paga, file sensibili (listini, dati clienti, contratti) vengono pubblicati su siti di “leak” nel dark web, con danni reputazionali e possibili problemi legali.

  • Triple e multiple extortion: oltre alla minaccia di pubblicare i dati, i criminali possono avviare attacchi DDoS contro il sito aziendale o contattare direttamente clienti e fornitori per spingerli a fare pressione sull’azienda.

  • Ransomware “a volume” sulle PMI: molti gruppi puntano su tanti attacchi a basso importo, resi possibili dall’automazione del RaaS. Per una PMI è più facile cedere davanti a una richiesta “gestibile” che affrontare giorni di fermo operativo, ma ogni pagamento alimenta l’ecosistema criminale.

Così il ransomware diventa una vera catena del valore: chi sviluppa, chi infetta e chi negozia hanno ruoli distinti, e le PMI, spesso meno protette, finiscono per essere il bersaglio preferito.

Perché è così difficile prevenire l’infezione iniziale?

Nella vita quotidiana di un’azienda, l’infezione iniziale avviene spesso attraverso gesti normalissimi:

  • un dipendente apre un allegato che sembra una fattura;

  • qualcuno inserisce la password aziendale su un sito clone della webmail;

  • un tecnico usa la stessa password su più sistemi “per comodità”.

Per una PMI è difficile controllare ogni clic, soprattutto senza un reparto IT interno strutturato. Inoltre gli attaccanti si muovono rapidamente: se riescono a entrare in rete, in poche ore possono cifrare server, backup collegati e molte workstation, bloccando l’operatività.

E anche quando i dati sono cifrati, il recupero non è scontato: i backup potrebbero essere stati compromessi o non essere aggiornati; in altri casi, i file sono recuperabili ma rimane il ricatto legato alla possibile pubblicazione delle informazioni rubate.

È possibile creare modelli predittivi basati sui comportamenti di rete?

Un’altra domanda importante è: “Possiamo prevedere un attacco ransomware prima che sia troppo tardi?”. La risposta è che si possono almeno intercettare i segnali precoci.

Studi recenti mostrano che analizzando il traffico di rete e il comportamento dei sistemi è possibile addestrare modelli di intelligenza artificiale capaci di riconoscere anomalie tipiche del ransomware, come:

  • picchi improvvisi di cifratura di file;

  • movimenti laterali sospetti tra server e postazioni;

  • comunicazioni verso indirizzi IP rari o mai visti prima.

Questi modelli predittivi non sono una bacchetta magica, ma permettono di:

  • individuare in anticipo comportamenti anomali;

  • bloccare automaticamente alcune attività sospette;

  • avvisare il team di sicurezza prima che l’attacco completi la cifratura massiva dei dati.

Per le PMI, rendere questi strumenti sostenibili significa spesso affidarsi a servizi gestiti, dove un team di specialisti monitora la rete e utilizza piattaforme evolute di analisi comportamentale, trasformando la sicurezza informatica da reattiva a proattiva.

Come può proteggersi una PMI italiana?

Senza entrare troppo nel tecnico, ci sono alcuni passi concreti che ogni impresa può intraprendere per migliorare la propria protezione dei dati:

  • definire una politica minima di sicurezza (password robuste, autenticazione a più fattori, gestione corretta dei privilegi);

  • formare periodicamente i dipendenti su phishing e uso sicuro degli strumenti digitali;

  • avere backup isolati, cifrati e testati regolarmente;

  • monitorare la rete con soluzioni capaci di rilevare anomalie, non solo firme di malware già noto;

  • stabilire prima un piano di risposta agli incidenti, invece di improvvisare nel mezzo dell’emergenza.

Perché affidarsi a CYBERTO

CYBERTO supporta le PMI italiane nel costruire una strategia di cybersicurezza concreta contro ransomware e nuove forme di estorsione: dall’analisi dei rischi alla formazione del personale, fino all’implementazione di soluzioni di monitoraggio e risposta agli incidenti.

Se vuoi capire quanto la tua azienda è esposta a questi rischi e quali passi puoi intraprendere da subito, contattaci tramite la pagina dedicata.

Dipendenti che partecipano a una formazione sulla sicurezza informatica per ridurre i rischi legati all’errore umano

Fattore umano e cybersicurezza: la formazione è decisiva

Il tema della sicurezza informatica viene spesso associato a firewall, antivirus e tecnologie sofisticate. Eppure, uno degli elementi più critici è anche il più imprevedibile: il comportamento umano. Secondo diverse analisi internazionali, oltre il 70% degli incidenti informatici nasce da un errore umano o da una disattenzione. Non si parla solo di clic su email sospette, ma anche di password deboli, informazioni condivise in modo improprio o semplici dimenticanze.

Per una piccola o media impresa, questo rappresenta un rischio concreto. I sistemi possono essere avanzati, ma se chi li utilizza non è consapevole delle minacce, l’intera organizzazione resta vulnerabile. È qui che entra in gioco la formazione alla cybersicurezza, uno strumento che permette di trasformare ogni collaboratore in una prima linea di difesa.

Perché il fattore umano è ancora la principale vulnerabilità

Immaginiamo una situazione quotidiana: un dipendente riceve un’email che sembra provenire da un fornitore abituale. È scritta bene, contiene un allegato e invita ad aprirlo per “verificare un ordine”. Basta un attimo di distrazione, e l’allegato viene aperto, introducendo un malware nella rete aziendale.

Non servono tecnicismi per comprendere quanto questo scenario sia realistico. Le tecniche di attacco, in particolare il phishing, si basano proprio sulla capacità di imitare comunicazioni legittime. La tecnologia può filtrare molto, ma non può sostituire la capacità umana di riconoscere un comportamento sospetto.

La sfida della formazione continua

Molte imprese effettuano una formazione occasionale sulla sicurezza informatica, magari una volta all’anno. Tuttavia, questo approccio non basta più. Le minacce evolvono rapidamente e l’attenzione, inevitabilmente, cala con il tempo.

Le aziende devono quindi adottare un modello diverso, basato su tre pilastri:

1. Formazione periodica e modulare

Meglio sessioni brevi, regolari e semplici da seguire, anziché un unico corso lungo e dispersivo. Piccoli aggiornamenti frequenti aiutano a mantenere alta la consapevolezza.

2. Simulazioni di phishing

Grazie alle simulazioni controllate, i dipendenti possono esercitarsi a identificare email sospette senza rischi reali. È un modo efficace per imparare dai propri errori e migliorare progressivamente.

3. Comunicazione chiara e quotidiana

Promemoria, buone pratiche, mini-test: creare una cultura di attenzione costante è un elemento chiave. La sicurezza deve diventare un’abitudine, non un evento.

Una fonte autorevole come l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale conferma il ruolo cruciale della formazione per contrastare i rischi legati al fattore umano.

Quali strategie rendono davvero efficace il phishing training?

La formazione al phishing non è utile solo quando “smonta” email truffaldine. Per essere realmente efficace, dovrebbe includere:

Attacchi simulati realistici

Le email devono essere simili a quelle che un dipendente riceve nella vita lavorativa: comunicazioni interne, avvisi di consegna, notifiche bancarie. Solo così l’apprendimento è concreto.

Feedback immediato

Quando una persona clicca su una simulazione di phishing, deve ricevere subito un messaggio esplicativo: cosa non andava? Quali segnali erano riconoscibili? Il feedback tempestivo è uno dei fattori di maggior impatto educativo.

Progresso graduale

Le simulazioni dovrebbero diventare più complesse nel tempo, seguendo il livello di maturità aziendale. Questo rende l’esperienza coinvolgente e permette di misurare un miglioramento reale.

Focus sulle motivazioni psicologiche

Molti attacchi funzionano perché fanno leva sulla fretta, sulla curiosità o sulla paura. Comprendere questi meccanismi aiuta i dipendenti a reagire con maggiore consapevolezza.

Come misurare il miglioramento della “cyber awareness”?

La domanda più comune tra gli imprenditori è: come faccio a sapere se la formazione sta funzionando?

Esistono diversi indicatori semplici ma efficaci:

Tasso di clic durante le simulazioni

È forse il parametro più immediato: se col tempo il numero di utenti che “cade” nelle simulazioni diminuisce, significa che la consapevolezza sta aumentando.

Velocità di segnalazione

Una buona cultura della sicurezza porta i dipendenti a segnalare rapidamente un’email sospetta. Più aumenta la rapidità delle segnalazioni, più cresce la maturità del team.

Risultati dei quiz periodici

Test brevi, semplici e regolari permettono di capire se i concetti vengono assimilati.

Riduzione degli incidenti interni

Password cambiate più spesso, meno allegati pericolosi aperti, maggiore attenzione ai documenti condivisi: sono tutti segnali di una cyber awareness in crescita

CYBERTO come partner nella sicurezza delle PMI

Il fattore umano può essere il punto debole, ma con la giusta formazione può diventare il punto di forza. CYBERTO supporta le PMI italiane nel rafforzare la propria sicurezza informatica attraverso percorsi di formazione, simulazioni di phishing e programmi personalizzati.

Se desideri portare la tua azienda a un livello superiore di protezione, contattaci per una analisi gratuita delle tue esigenze.

Persona che utilizza un computer in sicurezza, simbolo delle buone pratiche di cyber hygiene per la protezione dei dati aziendali

Cyber hygiene: la base per la sicurezza digitale delle PMI

Il termine cyber hygiene significa letteralmente “igiene digitale”. Così come lavarsi le mani riduce il rischio di malattie, seguire buone pratiche informatiche riduce la possibilità di cadere vittima di virus, truffe o furti di dati.
Per le piccole e medie imprese, la cyber hygiene è la prima difesa contro i rischi digitali: un insieme di abitudini e comportamenti che aiutano a mantenere sicuri computer, reti e informazioni aziendali.

Perché è importante per le PMI

Molte aziende italiane si considerano “troppo piccole per essere interessanti” agli hacker. In realtà, proprio le PMI sono spesso gli obiettivi più facili, perché hanno meno risorse dedicate alla sicurezza informatica.
Un solo clic su un’email falsa, una password debole o un aggiornamento dimenticato possono bloccare un’intera rete aziendale o compromettere dati sensibili di clienti e fornitori.
Curare l’igiene digitale è quindi un investimento di prevenzione, non un costo. È un po’ come mettere la cintura di sicurezza: non impedisce l’incidente, ma riduce drasticamente i danni.

Le regole fondamentali della cyber hygiene

La cyber hygiene si basa su una serie di buone abitudini che, se applicate con costanza, rendono molto più difficile la vita ai cybercriminali.

  1. Aggiornare sempre software e sistemi operativi. Gli aggiornamenti non servono solo a introdurre nuove funzioni, ma soprattutto a correggere falle di sicurezza. Posticiparli significa lasciare aperte porte che gli hacker possono sfruttare.
  2. Usare password robuste e uniche. Evitare parole semplici o riutilizzate. Una buona pratica è utilizzare un password manager e attivare l’autenticazione a due fattori ovunque possibile.
  3. Fare backup regolari. Conservare copie dei dati più importanti, meglio se in cloud o su dispositivi esterni scollegati dalla rete. In caso di ransomware o guasti, i backup permettono di ripristinare rapidamente l’operatività.
  4. Formare il personale. Gli errori umani sono la causa principale di incidenti informatici. Spiegare come riconoscere email sospette o comportamenti rischiosi è essenziale per costruire una cultura della sicurezza.
  5. Proteggere la rete aziendale. Un buon antivirus, un firewall aggiornato e una rete Wi-Fi sicura (con password complesse e crittografia WPA3) sono elementi di base di una protezione efficace.
  6. Controllare i dispositivi mobili. Smartphone e tablet aziendali contengono dati sensibili. Devono essere protetti da PIN, blocchi automatici e possibilmente gestiti tramite soluzioni MDM (Mobile Device Management).

Cyber hygiene e cultura aziendale

Adottare buone pratiche non è solo una questione tecnica, ma soprattutto culturale. Ogni imprenditore dovrebbe considerare la sicurezza informatica al pari della sicurezza sul lavoro: un impegno collettivo, continuo e strategico.
Una cultura della cyber hygiene nasce quando la sicurezza diventa un’abitudine quotidiana. Piccoli gesti ripetuti, come chiudere le sessioni, aggiornare il browser o segnalare un’email sospetta, creano nel tempo una barriera efficace contro minacce sempre più sofisticate.

Conclusione: CYBERTO, il partner per la tua sicurezza

La cyber hygiene è il primo passo verso una difesa informatica solida. Ma per le imprese, è importante avere un partner che sappia tradurre le regole in soluzioni concrete.
CYBERTO affianca le PMI italiane nella protezione dei sistemi informativi, nella formazione del personale e nell’adozione di strategie di sicurezza efficaci e sostenibili.
Scopri come possiamo aiutare la tua azienda a diventare più sicura: contattaci qui

 

Modello Zero Trust per la sicurezza informatica delle PMI italiane, con verifica continua degli accessi e protezione dei dati aziendali

Zero Trust: la nuova frontiera della sicurezza informatica

Negli ultimi anni, la cybersicurezza è diventata un tema centrale per ogni impresa, grande o piccola. Gli attacchi informatici non colpiscono più solo le multinazionali: anche le piccole e medie imprese italiane sono nel mirino di hacker e truffatori digitali.
Il modello Zero Trust nasce proprio per rispondere a questa nuova realtà.

Ma cosa significa esattamente “Zero Trust”?

Letteralmente, vuol dire “fiducia zero”: un approccio alla sicurezza informatica basato sull’idea che nessuno, né utenti interni né esterni, debba essere considerato affidabile per definizione. Ogni accesso deve essere verificato, ogni identità controllata, ogni attività monitorata.

Perché il modello tradizionale non basta più

Fino a qualche anno fa, la protezione dei dati si basava su un perimetro: firewall, antivirus e sistemi interni bastavano a “difendere il castello”.
Oggi però quel castello non esiste più. I dati viaggiano nel cloud, i dipendenti lavorano da remoto, e i dispositivi aziendali sono connessi da luoghi e reti diverse.
In questo scenario, un approccio “fiducioso” che considera sicuro tutto ciò che è dentro la rete non è più sufficiente.

Il modello Zero Trust cambia completamente prospettiva: ogni richiesta di accesso, anche proveniente da un dipendente, viene trattata come potenzialmente sospetta fino a prova contraria.

Come funziona lo Zero Trust in pratica

Implementare lo Zero Trust non significa installare un singolo software, ma adottare una filosofia di sicurezza continua.
Le sue regole principali sono tre:

  1. Verifica continua dell’identità: Ogni utente deve dimostrare di essere chi dice di essere, attraverso autenticazioni multifattore e controlli regolari.
  2. Accesso minimo necessario: Gli utenti e i dispositivi possono accedere solo alle risorse di cui hanno davvero bisogno.
  3. Monitoraggio costante: Ogni attività è registrata e analizzata per rilevare comportamenti anomali in tempo reale.

Secondo l’ENISA (Agenzia Europea per la Cybersicurezza), questa architettura è una delle strategie più efficaci per ridurre i rischi di violazione e limitare i danni in caso di incidente.

Vantaggi per le PMI italiane

Molti imprenditori pensano che lo Zero Trust sia una soluzione “da grandi aziende”, ma in realtà è perfetta per le PMI.
Ecco alcuni motivi:

  • Maggiore controllo: l’azienda sa sempre chi accede ai propri sistemi e da dove.
  • Riduzione del rischio: anche se un hacker entra, non può muoversi liberamente all’interno della rete.
  • Conformità normativa: aiuta a rispettare regolamenti come GDPR e le direttive europee sulla cybersicurezza.
  • Scalabilità: può essere adottato gradualmente, partendo dalle aree più critiche.

Come iniziare ad applicare lo Zero Trust

Per una piccola o media impresa, il punto di partenza è valutare la propria infrastruttura: chi accede ai dati, da quali dispositivi e con quali permessi.
Da lì, si può costruire un piano di sicurezza progressivo, che includa:

  • Autenticazione a più fattori (MFA);
  • Segmentazione della rete;
  • Controllo degli accessi basato su ruoli;
  • Soluzioni di monitoraggio e risposta automatizzata agli incidenti.

L’obiettivo non è creare una barriera invalicabile, ma garantire che ogni accesso sia consapevole, tracciato e autorizzato.

CYBERTO: il partner ideale per proteggere la tua impresa

Adottare un modello Zero Trust richiede competenza e una visione strategica. CYBERTO supporta le PMI italiane nel percorso verso una cybersicurezza moderna, efficace e sostenibile, combinando analisi, consulenza e tecnologie avanzate.

Scopri come possiamo aiutarti a proteggere la tua azienda: Contatta CYBERTO

Attacco informatico generato da intelligenza artificiale che simboleggia l’evoluzione delle minacce digitali e l’importanza della sicurezza informatica per le PMI

Attacchi AI: come stanno evolvendo e cosa fare

Negli ultimi due anni gli attacchi informatici hanno fatto un salto di qualità grazie all’intelligenza artificiale (IA). Non parliamo di scenari da film: parliamo di email e telefonate che “suonano” autentiche, di messaggi perfettamente scritti in italiano, di voci sintetiche che imitano colleghi o fornitori. Per una piccola o media impresa, questo significa che la superficie d’attacco aumenta e che la velocità con cui i criminali operano cresce.

Che cos’è un attacco “basato su IA”?
È un attacco in cui il criminale usa strumenti di IA per automatizzare, perfezionare o rendere più credibile un’azione malevola. Esempi: testi di phishing generati in massa e su misura, deepfake audio/video per truffe di pagamento, malware che si adatta all’ambiente per sfuggire ai controlli.

Come si è evoluto il fenomeno (in 3 fasi):

  1. Automazione – L’IA ha permesso di produrre rapidamente grandi volumi di messaggi “credibili”, riducendo errori di grammatica e aumentando i click.
  2. Personalizzazione – Con dati presi dal web, i messaggi diventano contestuali: citano il nome del titolare, il gestionale usato, persino festività locali.
  3. Inganno multimodale – Non più solo email: arrivano note vocali, telefonate simulate, video brevi e chat che combinano testo, voce e immagini per spingere a pagare o condividere credenziali.

Quali rischi specifici per le PMI?

  • Phishing e BEC “iperefficaci”: la mail del “commercialista” o del “fornitore storico” è scritta benissimo, senza refusi, con riferimenti reali.
  • Deepfake vocali: una telefonata urgente del “titolare” che chiede un bonifico fuori procedura.
  • Fatture e preventivi fasulli: documenti generati automaticamente e coerenti con lo stile aziendale.
  • Furto di credenziali: pagine di login perfette, generate e aggiornate dall’IA per imitare i portali più usati.

Per capire il quadro europeo delle minacce, un riferimento utile è l’ENISA Threat Landscape, che evidenzia come phishing, sfruttamento delle vulnerabilità e social engineering restino vettori principali mentre le capacità di automazione e personalizzazione crescono grazie all’IA.

Cosa può fare subito una PMI :

  1. Autenticazione forte e “anti-phishing”: attivare passkey/FIDO2 dove possibile; altrimenti 2FA obbligatoria con app o token, mai solo SMS.
  2. Procedure di conferma pagamenti: nessun bonifico fuori procedura; doppia verifica con canale indipendente (es. chiamata a numero noto, non a quello ricevuto nella mail).
  3. Formazione breve e ricorrente: simulazioni realistiche, pillole mensili di 10 minuti
  4. Segmentazione e principio del minimo privilegio: credenziali separate per contabilità, produzione, commerciale; limitare l’accesso ai dati sensibili.
  5. Aggiornamenti e patch veloci: l’IA accelera lo sfruttamento delle vulnerabilità appena note. Automatizzare gli update critici.
  6. Monitoraggio e logging centralizzato: allarmi su anomalie (es. accessi fuori orario/Paese), conservazione dei log per indagini rapide.
  7. Piano di risposta agli incidenti: chi chiama chi, entro quanti minuti, quali sistemi isolare.
  8. Valutazioni periodiche: test di phishing, controllo dell’esposizione online (quante informazioni su persone e processi sono pubbliche), revisione dei privilegi.

CYBERTO affianca le PMI italiane con assessment rapidi, formazione mirata e implementazione di difese resistenti al phishing. Vuoi capire il tuo livello di esposizione e da dove partire? Contattaci qui